Il pensiero non sa amare

scritto da Insideyou
Scritto 7 anni fa • Pubblicato 16 ore fa • Revisionato 16 ore fa
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Testo: Il pensiero non sa amare
di Insideyou

Ceruleo sguardo
orpella il rilucere
di asperse pupille:
plumbeo è quell'intono
in lacrime intrise.

Certa disfatta
esanime staglia
trucido l'essere:
deposta fu la scelta
per tradita azione.

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Il pensiero è un’espressione particolare, peculiare e materiale della mente universale che, nel presupporre però di esserne separato, modella il pensatore per preservarsi, riconoscersi, identificarsi e darsi continuità.

Un giorno sedette in quiete ed osservò attentamente quel mondo da un lato tecnologicamente così evoluto, strutturato, organizzato ed apparentemente ordinato, ma dall’altro composto da persone così tanto barbare, isolate, violente, avide, rozze e presuntuose, da sembrare tutto quanto chiaramente fuori posto.
C’era un contrasto strano che emergeva dal quel vedere: chi aveva inventato allora quel mondo così sapientemente modellato, ma costernato da così tanta aridità, presunzione, insensibilità, arroganza, crudeltà, violenza ed avidità?
E chi stava parlando adesso interiormente, come un pensatore che vedeva oltre sé stesso, non ne era forse parte?

In un baleno si rese conto che stava osservando sé stesso e si chiese: che cos'è il pensiero? Come accade? Ha a che vedere con la conoscenza? Si manifesta attraverso la memoria?
La risposta allo stimolo sensitivo è pensiero.
Questa risposta è una reazione fisica o psicologica che misurando la percezione attraverso il confronto con la memoria, proietta nella mente una sequenza che adduce l'atto del riconoscere, qualificare, misurare e denominare la sensazione.
L'insieme di questo processo forma il pensiero.
Se il pensiero è una risposta non cosciente, trattasi di istinto, laddove c'è invece il riflesso, la risposta e la reazione conscia della memoria, allora il pensiero si manifesta e si può avvertire il suo movimento attraverso il me che viene in essere come un pensatore e che identificandosi in quella sensazione, trattenendone le scie, opera il controllo, il riconoscimento e l’azione direzionata su ciò che esperisce, attraverso cui soffre oppure gode.

Ci sarebbe da chiedersi allora se il pensiero è strettamente dunque legato alla conoscenza, allo sfondo dei ricordi ed alla sequenza progressiva delle varie esperienze impresse nella memoria personale e collettiva, oppure se è indipendente da tutto questo.
Sarebbe possibile dunque pensare a ciò che non si sa?
Pensare a ciò che non si è mai sperimentato, saputo, acquisito, tramandato o memorizzato?
Lo si può immaginare certo, ma quell’immagine plasmata è sempre colorata dal nucleo delle esperienze trascorse che si muove.

Non è forse allora, l'atto del pensare, strettamente legato solo a ciò che si è sperimentato già?
Avete mai osservato in silenzio il movimento del pensiero?
Vedendo con totale attenzione i suoi continui spostamenti, movimenti, illusioni, vagiti, menzogne, inganni, sogni, tormenti, tranelli e le conclusioni tratte sempre dal passato?

Il pensiero può immaginare, può inventare, può modellare, può coltivare un'astrazione, un'idea, una proiezione, un proposito; ma tutto ciò è sempre legato al proprio sfondo e deriva dall’accaduto, sia da quello recente che da quello inconscio dell’umanità.
Avete mai osservato dunque realmente voi stessi, il vostro movimento interiore reiterante che vi logora, vi dilania e vi confonde, o fuggendo da esso vivete nella costante distrazione e meccanicità delle abitudini che vi hanno reso però isolati, sterili e mediocri?
Avete mai visto da vicino, nella quiete della comprensione, il movimento subdolo ed astuto del pensatore?
Quando si è coscienti, il movimento del pensatore non è sempre un riflesso del conosciuto?
Che proietta nel presente, a seconda dello stimolo sensoriale esterno, il ricordo, l'immagine, la parola ed il simbolo?
Che proietta nel futuro, attraverso lo stimolo sensoriale interno che sorge dalla costante identificazione con il passato, che può emergere dal visto o dall’immaginato, ciò che vuole essere o avere attraverso il desiderio, modificando e reimpostando nuove sequenze di sé stesso da ripetere e perseguire?
Se lo stimolo sensoriale esterno è tutto ciò che viene riconosciuto dalla reazione dei sensi, che cos'è lo stimolo sensoriale interno?
Quello che nasce senza sollecitazione esterna?
Una reazione psicologica all’immaginazione necessaria per sentirsi vivi?

Non è forse il pensiero che si identifica con la propria esperienza trascorsa proiettando sé stesso sotto forma di una immagine cui dà il nome di io ed in cui trasferisce l'identità del pensatore e la sensazione di essere presente coscientemente?
Che ambisce ad espandere l'esperienza, perché così estende sé stesso, sommando ad essa l’esperito di altre sensazioni attraverso il costante desiderare e sperimentare?
Che proietta la paura, il piacere ed il dolore come qualcosa di personale in cui, identificandosi di volta in volta, si concede quel risalto necessario per addursi così ulteriore e costante continuità?
Non è forse tutto questo movimento un processo reiterante del passato e dunque limitato, finito e meccanico?
Un costante sommare, alla limitata conoscenza, ulteriore conoscenza nella quale costantemente identificarsi poi come immagine peculiare e particolare e ripetere uno schema nel quale sentirsi stabili e sicuri?
Non è forse il pensiero psicologico una forma di imitazione dell'intelligenza pura ed assoluta che si identifica come tale attraverso l'esperienza personale, proiettandosi come un’entità individuale e non materiale?

Giunti dunque a questo punto, come osservate tutto questo movimento interiore così straordinariamente variegato, vasto e confuso? Dicendo subito a voi stessi che è vero, oppure che è falso o condannando, giustificando, annuendo o pensando di cambiare ciò che state vedendo?

Sapete, è ancora il pensiero che osserva sé stesso: siete ancora identificati con il pensatore che vi sta ingannando, senza accorgervi.
Il pensiero psicologico forma il me per preservarsi e dare continuità a sé stesso, ma il me che a sua volta pensa e si qualifica come pensatore che indica e misura, è differente dal pensiero che lo ha posto in essere?
C'è un pensatore, un me senza il pensare che lo pone in essere?

Pensiamo che il me sia un'entità differente dal pensiero, non è vero?
Qualcosa che deve ricongiungersi con il divino, no?
Attraverso l’espiazione delle tante colpe, dei molti dolori, delle angoscianti sofferenze, dei necessari pentimenti; attraverso le doverose sequenze di perdono e di redenzione, approderà al dio che infine lo salverà, non è così?
E la religione, qualunque essa sia, attraverso la struttura della credenza e l’impalcatura della fede, è quel sentiero del ritorno, no?

Ecco perché c’è tanta sofferenza, paura e solitudine.
Il me che nasce dalla divisione dell'immensità, come parte dell'intero che reclama la sua identità peculiare e particolare, ha modellato il tempo, la coscienza, il mondo, sé stesso com'è e come sarà, nelle tante parti di conoscenza che rappresentano la costante distanza dall'integrità nella quale c'è ciò che esiste che, essendo frutto della separazione, deve essere finito, limitato e dunque materiale.
Quel me che si è ritrovato come tempo ad osservare l'immensità in questo intervallo delimitato come parte, misurandola nel mondo che vede ed in cui si proietta, ora intende ricongiungersi ad essa preservando comunque sé stesso: ma può?

Che succede se, nell'assoluto silenzio dell'osservazione del pensiero, senza cercare una risposta o una direzione, si pone al me ed in effetti al pensiero stesso, questa profonda ed intensa asserzione: non c'è nulla di nuovo nel me.
Oppure: può esserci davvero il nuovo con me?

Il pensiero ha un suo posto, una collocazione limitata, finita, schematica e sequenziale nella memoria frammentata che compone la sua espressione e la sua manifestazione: proprio quando si vede che non può dunque esserci amore nel pensiero, allora c’è amore vero ed il pensiero non lo può sapere, altrimenti lo riconoscerebbe dai suoi ricordi e l’amore non può essere in alcun modo una cosa vecchia, morta o una ripetizione, non può essere qualcosa di limitato, spezzettato, trattenuto nei ricordi, perché è sempre nuovo, ecco perché in questa straordinaria verità si cela la sua insondabile bellezza, la sua magnificenza e la sua immensa grandezza.

Il pensiero non sa amare testo di Insideyou
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